Mappe contemporanee: tra evasione, inclusione e gioco
di Carlo Martino

La Polisemia e cioè la coesistenza di più significati in una parola, ma anche in un segno o in un’immagine, è certamente la caratteristica più evidente delle “mappe immaginarie” di Alessandra Apos.

Segni che dialogano con il materiale di supporto, sia esso tessuto, carta, ceramica o più recentemente pietra, e che si offrono ad interpretazioni sempre diverse e soggettive.
Una presenza spazio-temporale nella nostra quotidianità, in cui lo spazio è sicuramente quello disegnato, ma anche quello immaginato di città inesistenti e pertanto indefinito e dilatato, il tempo invece è proprio quello dell’interazione tra immagine e fruitore, quindi sempre diverso e mutevole.

Lo Spazio proposto da Alessandra Apos è allo stesso tempo uno Spazio di evasione e uno Spazio di inclusione, che ci fa evadere con l’immaginazione e ci coinvolge per l’affinità che abbiamo con le immagini topiche. Uno spazio che gioca anche con l’ambiguità interpretativa, la polisemia appunto, per cui accade che quelle che potrebbero apparire come “isole” di un tessuto urbano, grazie ad un singolo puntino si trasformino in sagome di gatti.

Il risultato estetico è in piena sintonia con la contemporaneità, segnata come aveva già previsto Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane, dalla “molteplicità”. Segni che diventano frammenti, ripetuti e molteplici, tenuti insieme da tracciati viari a formare delle “unità” morfologiche compatte e autonome.

Nella mostra “immaginario aperto” di Roma, nelle sperimentazioni sulla pietra leccese – materia del territorio della Apos – compaiono per la prima volta delle versioni tridimensionali delle mappe, in cui il segno diviene solco, a dimostrazione della grande versatilità delle texture elaborate dall’autrice, versatilità già dimostrata d’altronde nelle opere precedenti, in cui i segni reagivano ed enfatizzavano le forme dei supporti ceramici.