Immaginario Aperto
di Elena Giulia Abbiatici

“La carte ne reproduit pas un inconscient fermé sur lui-même, elle le construit”
“La mappa non riproduce un inconscio chiuso su se stesso, essa lo costruisce.”
Deleuze e Guattari, Millepiani

Ho intrapreso un percorso a ritroso nelle pieghe inconsce della mano di Alessandra Apos, autrice dei segni su tela, carta e ceramica che lei ama definire “mappe immaginarie”.
Quasi ad entrare nelle sue planimetrie mentali, dove più o meno volontariamente si muove alla deriva. Il metodo non c’è e il suo tracciato eccede la volizione interna, ponendosi ai margini dello sguardo.
Ogni produzione artistica determina e/o viene determinata, influenza e/o è influenzata dal luogo di creazione e dalla sua relazione con un popolo, una cultura, una regione, una nazione e inevitabilmente dal contatto con queste. Sono la transnazionalità e il contatto con diverse culture a rimettere in discussione la questione della purezza stilistica e dell’arte nazionale.  Perché dacché esiste, l’arte non ha mai avuto un’universalità di fruizione, ma sempre una geografia confinata.

Cosa succede quando è l’inconscio a disegnare e non una volontà iconografica?
Noi siamo le carte che tracciamo e l’immaginario che vediamo.

La mappa esprime l’identità del percorso individuale e dei tanti percorsi possibili; si confonde con il suo oggetto, in quanto la traccia stessa è movimento. E’ una mappa fatta di “linee di fuga” nel senso letterale che Deleuze e Guattari hanno dato a questa formula.
Fernand Deligny, grandissimo educatore e animatore socioculturale francese, una vita al servizio dei bambini autistici, come metodo di ascolto e osservazione, rifiutò il linguaggio e ricorse alle “Lignes d’erre” (linee di vagabondaggio). Flussi e contrazioni, tracce e nodi.
Divenne celebre per un’educazione che si dimentica del progetto terapeutico e abbraccia l’alterità.
Se provassimo infatti a presentare queste griglie in bianco e nero a soggetti di culture diverse, le interpretazioni sarebbero tantissime a seconda dei meccanismi di percezione e ricostruzione dell’immagine che affondano sia nella geografia di provenienza che in quella di influenza.

Se non da dove partono, dove ci portano queste mappe?
In un contesto sociale de - territorializzato, il termine “mappa” diviene sempre più astratto e limitato ad una visione panoramica su Google Street View o ad una visione contingente su navigatori online – quelli che limitano lo spazio ad un’indicazione di percorso e ci escludono una concezione geografia d’insieme. Le attività umane si stanno de-materializzando e dislocando, la geografia politica disgregando e la cartografia diviene uno dei problemi principali nella comprensione del mondo.

Cosa vede la rete neurale di Google in questi lavori?
Pluriuniversi ottici umani, in nome della polifonia del Web.

“D’ora in poi la mappa precede il territorio: la mappa o le mappe sono in noi e noi percepiamo il mondo attraverso di essa o di esse”1 .
Speravo che l’infinito potesse essere una soluzione. Anche l’infinito non va lontano.

 1Guillaume Monsaingeon, Mappamundi