aposmaps, progetto di ricerca sperimentale, esplorazione di un segno-disegno-trama, connubio tra arte e design, nasce a Roma nel 2016. Ideato da Alessandra Apos e Andrea Persano, il progetto è il risultato dell’esperienza multidisciplinare e creativa dei fondatori, un percorso attraverso i territori dell’architettura, del design e dell’arte, come intrecci, connessioni e collaborazioni.

La base è la mappa di un mondo immaginario che prende forma, attraverso un segno continuo e libero che scorre sulla carta e diviene disegno, dove nulla è definito a priori e la composizione si svela solo alla fine;
comincia così l’interazione e come a voler ricomporre l’ordine nel caos, ognuno vede il suo mondo!

I disegni realizzati da Alessandra Apos, sono tracciati istintivi disegnati a penna, una calligrafia intima, in un’alternanza di bianchi e neri, positivi e negativi, dove emergono per caso o con l’aiuto di piccoli punti, figure zoomorfe, elementi vegetali e urbani.

Del progetto aposmaps fanno parte disegni ad inchiostro su cartoncino, in bianco e nero, disegni acrilici su tela, una collezione di ceramiche, pezzi unici dalla linea geometrica, ideata insieme al designer Andrea Persano, una linea di prodotti in pietra leccese, come versione tridimensionale delle mappe immaginarie, una serie di serigrafie su tessuto e cartoncino.

Inconscio Elettivo

di Davide Miceli

Immaginate un attimo di essere privi di codificazioni digitali.
Difficile, vero?
Quanto più la nostra mente si abbandona alla realtà, distaccandosi dalla moderna vita digitale, tanto più riposa in alcuni archetipi, segni e simboli antichi, tramandati da millenni nelle differenti culture presenti sul globo.

L’abitudine all’immagine prodotta da uno schermo, scherma la nostra mente, impigrisce i nostri occhi, consuma la nostra immaginazione.

Eppure oltre il velo di Maya, dopo lo schermo, disattivato il flusso del web, esiste una memoria antica.

Un esercizio difficile la deconnessione,
salutare per dimenticare il superfluo.
E restituirci l’essenza delle cose.

Dacché l’umanità si fa immagini, l’immaginario si fa umanità.
La discrittura del mondano digitale lascia spazio a contingenze nuove col visivo atavico che riprende la sua fisiologica dirimenza.

In questo percorso, ecco il segno Artistico farsi viatico per nuovi orizzonti dello sguardo.

L’arte di Alessandra Apos dipana possibili vie di percorrenza della mente, delle mappe immaginarie che sono inscritte nella memoria collettiva dell’umanità, come traccia, di un inconscio elettivo che sceglie di affidarsi alla sicura imprevedibilità dello scorrere del tempo, dell’attitudine umana a percorrere, attraversare con corpo mente e sguardo le geografie semantiche della linea e del segno.

Fanno eco alle opere di Apos, civiltà antiche ed esotiche, mesopotamiche, indoeuropee ma anche precolombiane.
Non manca nell’essenzialità delle linee una liason con l’estremo oriente.
Un minimalismo significante i cui significati sono affidati alla relazione che ciascuno decide di stabilirne, un campo aperto, non dialettico, né oppositivo ma conciliante, aperto alla contingenza.
La relazione tra il bianco e il nero, come yin e yang risolve gli opposti nell’armonia complessa di ogni pezzo, ciascuno un mondo di adamantina pulizia e momento al contempo di catarsi.
Abbandoniamoci a un nuovo mo(n)do: perdiamoci nella eterna contemporaneità del gesto antico.

Immaginario Aperto

di Elena Giulia Abbiatici

“La carte ne reproduit pas un inconscient fermé sur lui-même, elle le construit”.
“La mappa non riproduce un inconscio chiuso su se stesso, essa lo costruisce.”
Deleuze e Guattari, Millepiani

Ho intrapreso un percorso a ritroso nelle pieghe inconsce della mano di Alessandra Apos, autrice dei segni su tela, carta e ceramica che lei ama definire “mappe immaginarie”.
Quasi ad entrare nelle sue planimetrie mentali, dove più o meno volontariamente si muove alla deriva. Il metodo non c’è e il suo tracciato eccede la volizione interna, ponendosi ai margini dello sguardo.
Ogni produzione artistica determina e/o viene determinata, influenza e/o è influenzata dal luogo di creazione e dalla sua relazione con un popolo, una cultura, una regione, una nazione e inevitabilmente dal contatto con queste. Sono la transnazionalità e il contatto con diverse culture a rimettere in discussione la questione della purezza stilistica e dell’arte nazionale. Perché dacché esiste, l’arte non ha mai avuto un’universalità di fruizione, ma sempre una geografia confinata.
Cosa succede quando è l’inconscio a disegnare e non una volontà iconografica?
Noi siamo le carte che tracciamo e l’immaginario che vediamo.
La mappa esprime l’identità del percorso individuale e dei tanti percorsi possibili; si confonde con il suo oggetto, in quanto la traccia stessa è movimento. E’ una mappa fatta di “linee di fuga” nel senso letterale che Deleuze e Guattari hanno dato a questa formula.
Fernand Deligny, grandissimo educatore e animatore socioculturale francese, una vita al servizio dei bambini autistici, come metodo di ascolto e osservazione, rifiutò il linguaggio e ricorse alle “Lignes d’erre” (linee di vagabondaggio). Flussi e contrazioni, tracce e nodi.
Divenne celebre per un’educazione che si dimentica del progetto terapeutico e abbraccia l’alterità.
Se provassimo infatti a presentare queste griglie in bianco e nero a soggetti di culture diverse, le interpretazioni sarebbero tantissime a seconda dei meccanismi di percezione e ricostruzione dell’immagine che affondano sia nella geografia di provenienza che in quella di influenza.
Se non da dove partono, dove ci portano queste mappe?
In un contesto sociale de – territorializzato, il termine “mappa” diviene sempre più astratto e limitato ad una visione panoramica su Google Street View o ad una visione contingente su navigatori online – quelli che limitano lo spazio ad un’indicazione di percorso e ci escludono una concezione geografia d’insieme. Le attività umane si stanno de-materializzando e dislocando, la geografia politica disgregando e la cartografia diviene uno dei problemi principali nella comprensione del mondo.
Cosa vede la rete neurale di Google in questi lavori?
Pluriuniversi ottici umani, in nome della polifonia del Web.
“D’ora in poi la mappa precede il territorio: la mappa o le mappe sono in noi e noi percepiamo il mondo attraverso di essa o di esse”¹.
Speravo che l’infinito potesse essere una soluzione. Anche l’infinito non va lontano.

¹Guillaume Monsaingeon, Mappamundi

Mappe contemporanee: tra evasione, inclusione e gioco.

di Carlo Martino

La Polisemia e cioè la coesistenza di più significati in una parola, ma anche in un segno o in un’immagine, è certamente la caratteristica più evidente delle “mappe immaginarie” di Alessandra Apos.
Segni che dialogano con il materiale di supporto, sia esso tessuto, carta, ceramica o più recentemente pietra, e che si offrono ad interpretazioni sempre diverse e soggettive.
Una presenza spazio-temporale nella nostra quotidianità, in cui lo spazio è sicuramente quello disegnato, ma anche quello immaginato di città inesistenti e pertanto indefinito e dilatato, il tempo invece è proprio quello dell’interazione tra immagine e fruitore, quindi sempre diverso e mutevole.
Lo Spazio proposto da Alessandra Apos è allo stesso tempo uno Spazio di evasione e uno Spazio di inclusione, che ci fa evadere con l’immaginazione e ci coinvolge per l’affinità che abbiamo con le immagini topiche. Uno spazio che gioca anche con l’ambiguità interpretativa, la polisemia appunto, per cui accade che quelle che potrebbero apparire come “isole” di un tessuto urbano, grazie ad un singolo puntino si trasformino in sagome di gatti.
Il risultato estetico è in piena sintonia con la contemporaneità, segnata come aveva già previsto Italo
Calvino nelle sue Lezioni Americane, dalla “molteplicità”. Segni che diventano frammenti, ripetuti e molteplici, tenuti insieme da tracciati viari a formare delle “unità” morfologiche compatte e autonome.
Nella mostra “immaginario aperto” di Roma, nelle sperimentazioni sulla pietra leccese – materia del territorio della Apos – compaiono per la prima volta delle versioni tridimensionali delle mappe, in cui il segno diviene solco, a dimostrazione della grande versatilità delle texture elaborate dall’autrice, versatilità già dimostrata d’altronde nelle opere precedenti, in cui i segni reagivano ed enfatizzavano le forme dei supporti ceramici.